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Sotto l'ex disturbo di personalità multipla, la grandezza della mente.

Aggiornato il: 9 nov 2019



Consideriamo la situazione in cui stiamo guidando la macchina: le mani sono sul volante, i piedi sull’accelleratore, svoltiamo a sinistra, proseguiamo lungo il percorso, cambiamo la marcia. Stiamo compiendo non poche operazioni, anche se in maniera automatizzata. Ora però immaginiamo di passare davanti casa di un nostro amico con cui abbiamo avuto da poco una lite. Cominciamo a ricordare quello che è successo, riflettiamo sul motivo per cui è iniziato lo scontro e cosa possiamo aver sbagliato nel confronto, valutiamo come appianare le ostilità. E la guida? Non è stata interrotta, perché seppur la nostra testa stia vagando tra quei pensieri, noi continuiamo a cambiare, frenare e accelerare. Ecco, questo è un esempio di dissociazione che tutti possono sperimentare nella quotidianità: ci troviamo in macchina fisicamente, svolgiamo tutte le azioni necessarie, ma di fatto non siamo lì, galleggiamo nel ricordo della lite avvenuta e nelle fantasie su come risolvere la questione. La dissociazione, per dare una definizione, è la sconnessione delle funzioni, solitamente integrate, della coscienza, della memoria, dell’identità o della percezione dell’ambiente, per cui sistemi mentali (complessi di processi e contenuti psichici) che nella normalità dovrebbero essere integrati, funzionano in maniera separata, come in parallelo. La dissociazione infatti può essere rappresentata come un insieme di fratture parallele all’interno della vita psichica della persona: nel caso della guida appena esposto, noi abbiamo sbilanciato la nostra attività mentale oltre una di queste fratture per accedere a una dimensione di ricordi e fantasie, mentre una parte di noi è rimasta al di qua della frattura, continuando a svolgere le funzioni necessarie per condurre la macchina.

La dissociazione è un concetto affascinante, soprattutto perché è tanto facile da rintracciare nella vita quotidiana (sognare a occhi aperti, leggere un libro dimenticandosi dell’esterno, ecc.) quanto difficile da immaginare nelle forme più gravi, visto che siamo abituati a percepire un senso di continuità nella nostra esperienza. Com’è possibile sperimentare una tale frammentazione, compartimentare la nostra vita mentale in tante sezioni indipendenti? E poi, che vuol dire concretamente “indipendenti”? Cominciamo col dire che la dissociazione può essere sperimentata lungo un continuum che va dalla normalità alla patologia. Dissociazione sembrerebbe un termine applicabile solo alla malattia, ma per capire come possa far parte della normalità bisogna entrare nell’ordine delle idee che, come sostiene Philip Bromberg, la nostra psiche è formata da stati del Sé molteplici e discontinui, ciascuno con un suo grado di accesso alla consapevolezza, organizzati tramite la dissociazione, che permette la comunicazione tra di essi e l’emergere prima di uno, poi di un altro, mantenendo gli altri in secondo piano e preservando un senso di unità. Per fare un esempio, se sono preoccupato per un viaggio che devo organizzare, ma alle 16:00 ho un colloquio di lavoro, lo stato del Sé preoccupato alle 16:00 cederà il posto allo stato del Sé professionale, perché quella è la mia esigenza. Ciò non vuol dire che io non sia più preoccupato, ma semplicemente che quella mia componente per adesso è messa sullo sfondo, in un compartimento parallelo (e per questo potrebbe anche influenzarmi, senza che io ne sia consapevole).

Detto questo, per quanto riguarda il polo della normalità abbiamo già chiarito come possa presentarsi la dissociazione: un sistema mentale prende il sopravvento sugli altri, senza che percepiamo un senso di frammentazione e permettendoci di svolgere le altre funzioni in maniera fluida. Ora andiamo a vedere cosa avviene nell’ambito intermedio tra normalità e patologia: durante o subito dopo un evento traumatico, la persona amplifica la dissociazione per non esperire completamente quanto sta avvenendo. Potrà sperimentare alterazioni percettive, problemi di memoria, sensazioni di distacco emotivo, depersonalizzazione, ossia un’esperienza di irrealtà, in cui ci si avverte come osservatori esterni rispetto ai propri pensieri, sentimenti, corpo o azioni, e derealizzazione, una percezione distorta della realtà che si esprime nella sensazione di estraniamento, di vivere in un incubo, di sentirsi come in un film. In sostanza, la persona è lì ma non è lì (come nel caso della guida), fugge con una parte della sua mente. Un esempio può essere quello di una persona che venga pestata e, non potendo fuggire in alcun modo, fissi la sua attenzione su un elemento dell’ambiente, come una lucertola, perdendosi completamente in quella figura, come se divenisse la lucertola. L’uso di questo meccanismo in condizioni traumatiche può comportare l’immagazzinamento di ricordi e sensazioni in compartimenti mentali accessibili solo in alcuni momenti: non è raro che vittime di abuso sessuale raccontino la loro esperienza senza mostrare alcuna emozione, proprio perché hanno separato le emozioni e le hanno riposte in un cassetto a parte. In sintesi, riprendendo il modello di Bromberg, si può dire che la dissociazione tende tanto più alla malattia quanto più provoca un’eccessiva separazione tra gli stati del Sé, che non comunicano più fluidamente.

Avendo visto la dissociazione nella sua forma normale e intermedia, si può passare ora a quella patologica: quando la persona che ha fatto uso della dissociazione in alcune circostanze difficili tende a riutilizzarla indiscriminatamente in una grande quantità di altre situazioni, anche non traumatiche, allora sfocia nella patologia. Le sue funzioni non sono più integrate, non ha il controllo sugli stati del Sé, che si separano. Se avete un amico che in alcuni casi si perde nei suoi pensieri, voi immaginatevi semplicemente una persona che fa la stessa cosa in diversi frangenti e non si riprende facilmente. Questo porta, a lungo andare, a manifestazioni cliniche: l’amnesia dissociativa, un’incapacità a ricordare importanti informazioni autobiografiche, di solito di natura traumatica, che spesso si presenta con fuga dissociativa, ossia un vagare disorientato spesso senza ricordi sulla propria identità (in queste circostanze la persona sta ripetendo il meccanismo della dissociazione con una forza tale da allontanarsi mentalmente da qualunque ricordo la riguardi); disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione, in cui i due fenomeni si ripresentano frequentemente (consiste nell’estraniarsi imprevedibilmente e contro la propria volontà da sé stessi o dall’ambiente circostante, come se una mano trascinasse lontano dal proprio corpo o da quanto lo circonda); disturbo dissociativo dell’identità (DDI), un tempo noto come disturbo di personalità multipla. Consiste in una disgregazione dell’identità caratterizzata da due o più stati di personalità distinti, definiti alters, che si alternano, sono compresenti, si sovrappongono oppure si trovano in conflitto reciproco. Qui è bene chiarire una cosa: il disturbo non si chiama più disturbo di personalità multipla perché, tra le varie ragioni, non sempre i contenuti dissociati sono tanti e tanto importanti da organizzarsi nella forma di una personalità distinta dalla principale. Spesso le persone con DDI manifestano oscillazioni estreme nell’affettività, nel comportamento, nella coscienza, nella memoria, nella percezione, nella cognitività e/o nel funzionamento senso-motorio, sperimentando discontinuità nel senso del sé e della consapevolezza delle proprie azioni, ma senza presentare vere e proprie personalità distinte. Altre volte invece dissociano al punto da generare altri sé, nonostante questa sia una questione molto dibattuta, al punto che alcuni autori ritengono che il DDI di fatto, nella sua forma con personalità distinte, non esista.

Il DDI è l’estremo che mostra come siamo capaci di ritagliare la nostra attività mentale in tanti settori in cui possiamo rinchiudere contenuti negativi, che non riusciamo a sostenere. Ma in questo modo il problema non viene risolto. È come se la persona riempisse un angolo della sua psiche di contenuti (emozioni, ricordi, sensazioni, pensieri associati a un trauma o, più spesso, a traumi ripetuti), ancora e ancora e ancora, fino quasi a scoppiare. Questo ammasso di elementi inizia quindi a organizzarsi, a darsi una forma. Se ad un livello inferiore quest’organizzazione consiste soltanto di un insieme di reazioni emotive (pianti, grida, ecc.) e modalità relazionali involontarie (aggredire, isolarsi, ecc.) che si attivano in alcuni frangenti come se la persona si trovasse di nuovo nella situazione traumatica, al livello superiore nasce una figura (che possiede emozioni consone all’evento traumatico, una serie di convinzioni maturate da esso, strategie sviluppate per gestirlo, e così via). Da questo groviglio viene partorito un essere autonomo, che inizia a vivere in un anfratto della persona, per poi venire evocato in alcune situazioni, perché la persona non riesce a tenere unite e connesse le varie parti di sé. E allora, se io sono Tizio, c’è Caio che da un momento all’altro può venire in superficie, sostituirmi nella guida del mio corpo per un certo lasso di tempo, e poi riaffondare negli anfratti della mia testa, lasciandomi ignaro di quello che ho fatto mentre lui era al comando.

La dissociazione, quando arriva a determinati livelli, è una maledizione, è innegabile. Ma è anche una prova. Testimonia quanto sia intrinsecamente potente la mente dell’uomo. Attraverso questo fenomeno possiamo renderci conto di quali eccezionali facoltà possediamo: noi siamo in grado di distorcere la percezione dello spazio e del tempo, di silenziare la consapevolezza delle nostre manifestazioni, di rifugiarci con l’immaginazione lontano dal nostro corpo, quasi dissolvendo la nostra coscienza nell’aria, di disconnettere i normali legami tra le varie componenti di ciò che viviamo (basti considerare che la cosiddetta dissociazione somatoforme porta a provare disagi fisici senza esserne del tutto consapevoli, o senza esperire le emozioni corrispondenti o ricordare gli eventi che le provocano: si potrebbero sperimentare contrazioni muscolari senza accorgersene e senza cogliere il nesso tra esse e un vissuto di rabbia), e tutto questo per gestire il dolore. Quello che la dissociazione ci testimonia, senza dimenticare i suoi esiti più nefasti, è che siamo in grado di diventare architetti e costruire dentro di noi edifici psichici suddivisi in celle per poi rifugiarci in esse, possiamo perfino plasmare altre entità preposte a contenere ciò che noi non riusciamo a gestire (spesso gli alters sono portatori di quei ricordi traumatici che la persona non può sostenere).

Anche se nella vita di tutti i giorni considereremmo cose come fantasticare o perdersi nei ricordi semplicemente l’esito della distrazione, di fatto si tratta di meccanismi straordinari che siamo in grado di modellare attraverso facoltà che spesso diamo per scontate. Può essere difficile rintracciare la bellezza delle nostre potenzialità prendendo in considerazione delle comuni fughe mentali, ma in realtà è proprio nelle piccolezze della quotidianità che si nasconde l’oro della nostra psiche.

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